| Il 10 aprile del 2001, a Londra, moriva, Massimo Morsello, per gli amici più stretti Massimino.
Chi vi scrive conosceva molto bene Massimo e vicende personali e scelte politiche mi hanno visto più volte avvicinarmi e allontanarmi da lui.
Una specie di odio-amore, (non per facile retorica, ma al di là di come sono andate a finire certe cose, credo che il secondo sentimento abbia sempre e comunque prevalso sul primo) che ci ha fatto incontrare e scontrare in più di una occasione.
Massimo era una persona speciale, tenace, forte, concreto.
La vita non gli è stata mai favorevole. Ha sempre dovuto lottare contro tutto e tutti.
Come tanti altri giovani di quell'epoca, ha costruito la sua militanza politica tra detenzioni e fumi di lacrimogeni e non volle accettare l'accerchiamento e l'offensiva di quell'anti-fascismo militante che voleva eliminare politicamente e fisicamente chi non voleva piegarsi alla "dittatura resistenzialista".
Proprio una sua coraggiosa testimonianza al processo per l'omicidio di Alberto Giaquinto lo gettò in quel diabolico meccanismo giudiziario che lo costrinse a rifuggiare in Inghilterra.
Latitante, insieme ad altri "compagni di sventura", tra stenti e povertà, costruì il suo futuro, senza nulla rinnegare e nulla tradire.
Ma la macchina della giustizia non conosceva frontiere e un mandato di cattura internazionale lo costrinse a passare alcuni mesi nelle patrie galere (e si la prigione non conosce nazionalità) londinesi.
A Londra si svolse il processo di estradizione richiesto dalla magistratura italiana, richiesta che venne respinta al mittente, con tanto di scuse da parte del governo di sua maestà, che definì gli imputati italiani dei "gentleman", dei signori per bene e non riconosceva le accuse degli inquirenti nostrani, accuse solamente ideologiche e associative, reati non riconosciuti in Inghilterra.
In Italia venne condannato, in contumacia, a dieci anni di reclusione, che costarono al nostro Massimo venti anni di esilio in Gran Bretagna.
Proprio quando l'alba del ritorno sembrava sorgere all'orizzonte, un'altra tragedia colpiva il nostro sfortunato amico.
Un male incurabile lo colpì, ma non scalfi il coraggio e la forza di quest'uomo abituato al sacrificio e alla rinuncia.
Gravemente malato fece ritorno nella sua città natale, Roma.
Suo grande e immenso amore, città strappategli venti anni prima da una giustizia crudele e di parte, che si faceva descrivere come un bambino incuriosito e affamato di novità, dai tanti romani che andavano a trovarlo nella capitale britannica.
All'arrivo a Fiumicino trovò decine di camerati ad aspettarlo, suoi vecchi amici fraterni, che con lui avevano condiviso anni di lotte e rinunce, e giovani cresciuti ascoltando le sue canzoni.
Nonostante la malattia avanzasse, rimase sempre fiero e dignitoso. Affrontò questa nuova e dolorosa battaglia con quel ghigno di sfida stampato sul suo volto barbuto. Come un leone ferito, ma non domato, fino all'ultimo giorno della sua vita, fu attivo e dinamico.
Come dimenticare la sua partecipazione alla manifestazione contro il "gay pride" o il suo concerto tra i terremotati delle Marche?
Oppure l'esaltante concerto al Colosseo contro la guerra americana in Serbia?
Le sue canzoni infiammarono migliaia di romani, che quel giorno, non accorsero solamente per innalzare il proprio orgoglio europeo, ma erano venuti a dare il bentornato a Massimo.
Un'altra tragedia lo colpì, la perdita di sua figlia di appena 14 anni e anche in quell'occasione la dignità vinse il dolore.
Dignità figlia di una vita vissuta nella profondità e nell'azione, frutto di una corazza che la vita lo ha obbligato a mettersi addosso.
Ora siamo sicuri che avrà trovato finalmente la serenità accanto alla sua adorata figlia, quella figlia che la latitanza non gli permise di godersi. Ora, insieme, li vediamo abbracciati in quell'angolo di cielo che l'onnipotente dedica agli innocenti e agli animi puri.
E oggi tra di noi rimangono tre angioletti, che tutte le sere, prima di addormentarsi possono chiedere l'aiuto e la protezione del proprio papà e del proprio nonno, che seppur lontano, vive nei loro cuori e nei loro occhi.
E infine come dici tu in una splendida canzone "c'è qualcuno che piange, c'è qualcuno che soffre, c'è qualcuno che ti fa una canzone" e io, oggi, ho voluto dedicarti questo articolo, con la speranza di averti potuto esprimere quell'affetto e quella stima, che quando eri in vita, non sono stato capace di dimostrarti.
E poi ce lo hai insegnato tu: "siamo tutti lontani, siamo tutti vicini e innalziamo nel cielo i nostri canti assassini..."
Ciao Massimo. |